Molti penseranno che l’attività migliore alle 8 di mattina sia dormire in un comodo letto; io, invece, tanto per mostrare che non ho nulla di meglio da fare, ho deciso di leggere uno dei temi della prova di Maturità del 2010 e di scrivere qualche parola senza senso in merito.
Trattasi del tema dal titolo “Siamo Soli?”, della tipologia saggio breve e, fortunatamente, nessuno mi darà un voto in quindicesimi. Il testo completo della prova è disponibile qui.
Il discorso a proposito di forme di vita al di fuori del nostro pianeta è qualcosa che mi ha sempre affascinato in modo particolare: il fatto che questo sia uno dei tanti misteri che ad oggi non siamo ancora in grado di sfatare lo rende un argomento davvero entusiasmante. Sin da piccolo immaginavo di poter un giorno abbandonare la nostra cara Terra, così meravigliosa e grande, ma pur sempre insignificante all’interno dell’immenso Universo; e, sin da allora, pensavo che non fosse possibile che la vita, forse uno dei pochi misteri che mai risolveremo, non avesse trovato il modo di svilupparsi in qualche altro angolo sperduto del cosmo.
Uno degli argomenti più sollevati dagli scettici è il seguente: se davvero esitessero questi fantomatici alieni, perché non si sarebbero fatti vedere? L’argomentazione è, a mio avviso, totalmente insensata: non esistono forse luoghi sul nostro pianeta che sono ancora sconosciuti a noi intelligentissimi esseri umani? Luoghi in cui, nonostante le difficoltà, si è comunque sviluppata la vita?
Ciò che più mi lascia perplesso è la convinzione con cui molte persone negano questa possibilità, quasi come se fosse qualcosa di terribile e spaventoso: esistono forme di vita sulla Terra che ancora non conosciamo, pesci che sono in grado di sopravvivere negli abissi degli oceani, in grotte profonde senza luce né aria, in cima alle montagne più alte; esistono quantità inimmaginabili di pianeti che potrebbero fornire un ambiente perfetto, forse addirittura migliore, per lo sviluppo della vita. Mi trovo in pieno accordo con quanto scritto da Paul C.W. Davies nel 1994 nel suo “Siamo soli? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre“: non siamo e non possiamo pensare di essere il centro del creato, così come non siamo presenze insignificanti in questa enorme macchina che chiamiamo Universo. Se la vita ha trovato il modo di nascere qui e trova ogni giorno il modo di resistere, cosa impedisce che questa si sviluppi in qualche lontano pianeta?
UFO è un acronimo che tanto è divenuto di moda nell’ultimo secolo: ormai sinonimo di velivolo alieno, più in particolare si riferisce a qualunque oggetto nel cielo che non siamo in grado di riconoscere. Parlare di questi oggetti non può a mio avviso essere paragonato al discorso sulla vita extraterrestre: credo che vi sia un enorme differenza tra l’escludere categoricamente che altri pianeti possano essere abitati rispetto al pensare che qualche alieno sia in grado di raggiungere la Terra con tecnologie avanzatissime. Non ho un’idea chiara su questo secondo pensiero: non escludo che sia possibile che qualcuno abbia trovato un modo per abbattere le distanze infinite che ci separano, ma, al tempo stesso, la cosa mi lascia alquanto perplesso.
La cosa su cui è forse più interessante riflettere, senza troppo considerare lo scetticismo o la credenza, sono le conseguenze che un simile incontro potrebbe avere: penso ai tanti esperimenti ideati dai nostri scienziati per mettersi in contatto con forme di vita aliena e questi mi lasciano indubbiamente più basito dell’idea che un UFO possa sorvolare le nostre città; le differenze tra le diverse specie animali che popolano la nostra Terra sono alcune volte abissali, quasi incredibili: persino tra esseri umani troppo spesso la comprensione è difficile e non vedo come un ipotetico abitante di un pianeta lontano possa riuscire ad interpretare ciò che vorremmo dirgli. Vengono inviati nello spazio grandi quantità di messaggi, testi, musiche o disegni, nella speranza che qualcuno li possa percepire per mandarci una risposta; tutto questo è basato sull’idea che questi esseri siano simili a noi, cosa che potrebbe non essere effettivamente vera.
Un’ulteriore domanda che nasce al pensiero che, invece, questi alieni riescano a comprendere ciò che vogliamo dirgli è questa: potremmo mai diventare amici? Nonostante le buone intenzioni che gli ideatori ed i sostenitori di questi progetti vogliono far credere di avere, la mia risposta è no. Solitamente i più spaventati all’idea di un incontro ravvicinato del terzo tipo, come un famoso film lo ha un tempo definito, sono convinti che l’unica missione di questi abitanti dello spazio sia raggiungere il nostro pianeta per distruggerlo: non la vedo una possibilità così remota. Non mi viene in mente alcun animale che vive la sua vita senza danneggiare chi è più debole di lui: è una legge della Natura, non una legge terrestre, e come tale posso immaginare che sia valida in tutto l’Universo. Al tempo stesso, però, mi domando cosa faremmo noi, se un giorno dovessimo raggiungere un pianeta alieno: sono convinto che, così come nel XV secolo iniziammo la conquista del Nuovo Mondo, allo stesso modo faremmo con questo nuovo territorio, senza alcuna pietà di coloro che vi abitano; tutto questo soltanto se e perché, per volere di Dio o del Fato, abbiamo avuto la fortuna di essere più forti di loro.
Il punto di vista di Stephen Hawking nel suo “L’universo in un guscio di noce” fa riflettere: possiamo davvero definirci intelligenti? Come possiamo dare una definizione di cosa questo voglia effettivamente significare? Lo sviluppo tecnologico degli ultimi due secoli è stato effettivamente incredibile: tra scoperte ed invenzioni sorprendenti, la vita sul nostro pianeta è cambiata radicalmente, rendendoci incapaci di immaginare persino l’esistenza senza tutto ciò che questa tecnologia ci ha regalato; eppure esistono animali che popolano la Terra da molto più tempo di noi, perfettamente in grado di sopravvivere e che non subirebbero gravi conseguenze nemmeno nell’ipotesi di una catastrofe che annienterebbe il genere umano: il fatto che non sappiano aggiornare il proprio status su un social network li rende forse più stupidi di noi? Probabilmente è una questione di punti di vista.
Lo stesso discorso può essere applicato a questi extraterrestri di cui tanto abbiamo parlato: padroni di tecnologie a noi inimmaginabili oppure semplici esseri viventi che lottano per la sopravvivenza? Probabilmente entrambe le cose: ciò non li renderebbe né più intelligenti né più stupidi di noi, ma soltanto differenti; ciò non fermerebbe una guerra, poiché sono convinto che, se non fossero loro, saremmo comunque noi ad iniziarla. Mi viene in mente a tal proposito una canzone di Fabrizio De André, “Girotondo“: un discorso sulla guerra e sulla povera gente che, rimasta sola dopo che tutto il resto è stato distrutto, può finalmente conquistare la Terra per poi ricominciare una nuova guerra, come in un girotondo. Queste sono parole putroppo verissime, applicabili a tutti gli esseri che popolano il nostro pianeta e, perché no, anche gli altri che potrebbero ospitare la vita.
E così, mentre alla domanda “Siamo soli?” risponderei con un secco no, spero non vi sia un giorno in cui, dopo l’ennesima guerra sul nostro pianeta, questi lontani abitanti dello spazio giunti sulla Terra non si trovino a dover dare una risposta affermativa a questo interrogativo.



Scusa Cassents, quali sono i pesci “che sono in grado di sopravvivere [...] in cima alle montagne più alte”?
Beh, per esempio questi: http://www.express-news.it/?p=32962